Scaricare la versione ePub dell'ebook dentro file .zip qui: Margherita Ealla – Manus in fabula
"a metà del mio palmo, il solco che resta" – solchi, visioni, precipizi, frontiere, macerie, fango: una serie di immagini forti, accavallano la poesia di Silvia Rosa nell'accompagnare la fotografia di Giusy Calia. Ma accompagnano o disegnano a parole tali fotografie? Non si nota dunque quale accompagna l'altra perché il lavoro risulta nell'insieme talmente compatto e ben delineato che senza l'un l'altra queste due opere – poetica e fotografica – sembra che non possano esistere. Il connubio è riuscito ed è una simbiosi surreale, come le immagini di Giusy Calia che sembrano a tratti dei pezzi di fiaba, nell'incantevole tratto di una terra sconosciuta. Una sensibilità artistica molto fine che delinea ed assorbe sensazioni antiche. Perspicace l'unione, l'appartenenza della parola alla visione, questo corrodersi dell'anima dentro di sé a chiedersi di quelle sottigliezze del male e del bene, a domandarsi della partenza, dell'arrivo, del dove essere. È un insieme di metafore profonde e sottili la poesia di Silvia Rosa. Particolare la scelta di intitolare le poesie coi giorni numerati, è come se facesse tutto parte di un ciclo continuo che all'interno perdura in un'accrescere delle emozioni e della consapevolezza di queste. Una poesia convinta e cosciente, parte di un lavoro che nell'insieme rende consapevoli di come ci si aggrappi ogni giorno dei significati della vita, ponendo di fronte ogni contrario ed inverso, ogni domanda a cui cerchiamo di dare risposta, invano: "Che cosa resta di ogni parola sgusciata? [...] Un gesto all'inverso." Non mancano all'interno della raccolta – sia nella parola che nella visione – il senso dell'abbandono, della solitudine, della libertà anche. Tutto quello che proviamo a chiederci nella vita di tutti i giorni appare qui come una rivelazione modesta, una chiarificazione a strati dell'anima.
Giusy Calia, nata a Nuoro, vive e lavora tra Sassari e Siena. È laureata in Lettere moderne con una tesi dal titolo Il daimon goethiano dal Prometeo al Meister e in Filosofia con una tesi dal titolo Alda Merini: un'anima sconosciuta. Ha frequentato un Master Professionale di fotografia alla John Kaverdash School di Milano, specializzandosi in Moda, Reportage, Still life, Mock up, Camera Oscura, Fotoritocco, Comunicazione Visiva. A luglio del 2007 ha concluso il Corso Alta Definizione Cinematografica della New York Film Academy. Attualmente in fase di discussione della tesi del Dottorato di Ricerca in "Logos e rappresentazione" – Sez. "Comparatistica: letteratura, teatro, cinema" presso l'Università degli Studi di Siena (sede di Arezzo) sul rapporto tra immagine e parola nella storia della rappresentazione della follia. Ha pubblicato presso i "quaderni Warburg Italia" un racconto fotografico svolto all'interno dei manicomi in varie regioni italiane. Ha avuto varie collaborazioni con registi e poeti. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private.
“Conca di betulla, mungitura, / azzurro che ti prende.” la prima poesia di apertura di Gian Piero Stefanoni, inizia già con un dettaglio, come l’intera raccolta, fatta di dettagli minimi, piccoli disegni di cose, di eventi, che insieme raggrumano luoghi, spazi, un sentire forte per quello che circonda, che accade, dentro gli occhi, come dentro l’anima. Il dettaglio qui è frantumato tra passato e presente “Né più si ricorda / il luogo dov’era.”: l’intera raccolta nasce tra il passato bello ed il presente inverso, mancante. E’ come se vi fosse nella poesia di Stefanoni un doppio specchio che osserva le cose da due punti di vista: come tutto era e come ora si pongono le cose, come ora le cose sono. Il dettaglio quindi cambia la sua prospettiva. Le immagini molto crude “Ed i corpi si raccolgono / tra le zeppe della corrente.”, “paesi, bambini / a cui nemmeno odore / più giunge.” danno la percezione dell’evento che ha percosso i luoghi, la gente. L’occhio osserva tutto e si fa avvolgere dal sentire comune, seppur spaventato. Si noti come pare delicata la visione del verso, la percezione della parola, l’immagine limpidissima di questa poesia è cruda, ma sempre fragile, quasi come se si mettesse dentro la bocca di coloro che soffrono, che vivono l’evento che ha loro devastato le vite. Anche l’ordinare per nome “spazzato via a S.Giuliano, / l’ortografia della cenere / che piegò a sé Gibellina, Sarno, Onna” sembra voler dar una percezione vera dell’evento, perché rimanga nella mente, perché nessuno dimentichi, non solo le persone che vivono, ma tutti. “Ma non conosce ardimenti / la desolazione che patisce, / deforma, si fa massa nel ventre” ed ancora “la vera sciagura / è il sedimento di mondo di cui ognuno è l’untore, / disconoscere ancora che patire” sono dettagli di consapevolezza del male: il poeta rimane consapevole che quello che ora c’è, deve rimanere, fa sedimento non solo nella carta, ma nella gente, nelle case, nel mondo di cui ognuno è untore.