“non c’è ruggine che s’allarghi/come i licheni bruni e nell’opaca/lucentezza”: particolare questa raccolta che propone Giacomo Cerrai. La poesia in questo caso sembra disegnare un mondo stabile, fin troppo fermo, tanto da presentare uno strato di licheni che fa da “ruggine” alle cose, agli oggetti, persino alle persone ed ai loro sentimenti. Nel tratto “noto ora i licheni,/sulla tua bocca” è appunto una persona l’“elemento” che sembra talmente immobile da diventare dimora di uno strato di licheni. Questo stato di abbandono o relativo desiderio di immobilità è descritto con espressioni di disagio, un disagio che diventa quasi “isterico”: “Sì, per questo sorrido e subito/dimentico.” Il poeta non si capacita con la visione di questo mondo, ma al tempo stesso prova uno stato particolare di beatitudine che però si perde subito. Pure il sorriso viene dimenticato. Non solo le cose vengono lasciate a se stesse, ferme, immobili, ma anche il sorriso del poeta è qualcosa che poi fugge: nulla ritorna come prima. “Niente importuna i licheni/nella loro nicchia.” – nulla sembra dare altra voce da sconvolgere questo stato impossibilitato a cambiare. Questo strato di licheni può essere interpretato come una denuncia all’immobilità dei sentimenti, ad un mondo privo di emozioni, ad una vita magra di stimoli e senza desideri o vitalità. O forse, in questo caso, si azzarda troppo.
Giacomo Cerrai è nato a S.Giuliano Terme (Pisa) nel 1949. Ha studiato a Pisa, dove abita e lavora, e dove si è laureato in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea con Silvio Guarnieri. Ha pubblicato una raccolta poetica, Imperfetta Ellisse (Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze) e una silloge autoprodotta, La ragione di un metodo (Lulu.com). Ha collaborato in passato a "Private", rivista di fotografia e scrittura, è uno degli autori del volume dedicato a Cesare Pavese "AA.VV. - Cesare perduto nella pioggia" a cura di Massimo Canetta, Di Salvo Editore Napoli, e della antologia "Vicino alle nubi sulla montagna crollata", a cura di Luca Ariano e Enrico Cerquiglini, Campanotto Editore.
Gestisce il blog “Imperfetta Ellisse” (http://ellisse.altervista.org). Suoi testi sono reperibili in vari siti, come “La poesia e lo spirito”, “La dimora del tempo sospeso”, “Oboe sommerso”, “Via delle belle donne”.
La presente è una sezione di un lavoro inedito più vasto, che l’autore sta lentamente elaborando.




4 Comments
1. giacomo cerrai Says:
marzo 26th, 2009 at 23:08 e
grazie Anila, di cuore…aggiungerei che il poemetto descrive una situazione concentrazionaria e circoscritta, in cui l’elemento femminile è in un certo senso marginale, simbolo di qualcosa di esterno…
un caro saluto
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2. Anila Resuli Says:
marzo 26th, 2009 at 23:20 e
E’ vero Giacomo, notavo questa presenza femminile ma non osavo dirlo perchè magari andavo a parare chissà dove
Apprezzo molto il tuo lavoro..e ti ringrazio davvero per questo contributo per il nostro progetto!
Ti auguro tutto il bene del mondo!
un abbraccio,
Anila
*
3. Francesca Pellegrino Says:
marzo 26th, 2009 at 23:35 e
Presenze a margine - di carne e di luce. Fino all’assenza.
I licheni sono un pretesto di ombra - la memoria - ma anche ciò che quasi - marcisce di attese. E di luce, ancora.
Penso all’acqua - non per un senso bagnato che mi arriva dalla raccolta - bensì dall’umidità densa delle tonalità di buio che raffigura, dove anche i suoni, sono come trattenuti da un filtro.
E gli alberi - assolutamenti spogli dell’inverno - che segnano l’assenza.
Molto molto bella. Complimenti, Giacomo ..
e complimenti Anila, per il suo lavoro.
*
4. Maeba Sciutti Says:
marzo 27th, 2009 at 00:22 e
Ciao Giacomo
è stato un piacere leggere e incontrare per la prima volta la tua poesia. Ho sentito freddo, il freddo che ritorna nei muri, nei calcinacci, nei mattoni e che dalle cose si specchia nelle persone. Mentre le persone vengono rispecchiate a loro volta dagli esterni desolati. Cose disabitate, depredate dai licheni e persone che si disabitano a loro volta. Ho letto una malinconia esistenziale sobria, resa attraverso le immagini e mai esplicitata tranne quando ti sveli al lettore e dici “cerco la mia carne nel buio/una malinconia di mani”. Ho trovato la tua poesia bellissima, evocativa come una casa di pietra immersa nel verde di un paesaggio inglese quando è autunno e gli alberi non parlano e nel silenzio gridano.
E’ solo un commento da persona suggestionata il mio. Bellissima raccolta questa, un inverno che tocca l’inverno e si ritrova, paradossalmente forse, a casa. I licheni ossessivamente tornano, uniscono e tentano di scalfire la patina silenziosa di un muro che, immaginazione di lettrice, mi sembra voler gridare.
Questa è una bellissima, triste nella lotta-quasi-arresa che ho percepito, lettura
grazie e complimenti
*
5. erminia daeder Says:
marzo 27th, 2009 at 21:33 e
Impercettibili sono i mutamenti stratificati lungo frasi temporali che accudiscono i silenzi.
Tutto ha una evidenza declinata in stasi, minute oscillazioni – speranza, disinganno, fuga.
Sostanza quieta e remissiva del paesaggio, voce che lo modella con aderenza sofferta, palpitante.
La bellezza si fa varco qui. E’ ‘la freschezza dell’acqua/rugiada dei silenzi’, ‘la pozza indistinta di brusii’, quell’albero perfetto, che ha ‘rami come cristi/braccia d’ invocazione’.
I licheni proliferano, copriranno ogni distesa e nasconderanno gli uomini. Forse.
Una raccolta di grande impatto, suggestiva nell’immaginario e linguisticamente accurata e sapiente, da rileggere e sondare ancora, tanti complimenti.
*
6. Anila Resuli Says:
marzo 27th, 2009 at 22:46 e
Grazie a Francesca, Maeba ed Erminia…
mi fa piacere che Giacomo abbia diversi lettori e che la sua poesia venga apprezzata come dovrebbe.
un sorriso e tutte
Anila
*
7. Giacomo Cerrai Says:
marzo 28th, 2009 at 09:46 e
a parte Anila, ovviamente, ringrazio Francesca, Erminia e Maeba per i loro commenti non solo articolati,ma anche puntuali e utili (e anche benevoli). Quando si scrive non ci si chiede quasi mai come suonino le proprie parole. Chi legge scopre cose che nemmeno immaginavi. E’ il bello della poesia. Quello che importa, al di là della situazione specifica - in questo poemetto molto più “chiusa” di quanto forse appaia - è che passi una suggestione/evocazione. Cosa che, dai vostri gentili commenti, mi sembra che sia avvenuta.
un caro saluto a tutti
giacomo
*
8. Abele Longo Says:
marzo 29th, 2009 at 09:33 e
Ho letto dall’inizio alla fine seguendo il ritmo e la musicalità dei versi. Si tratta di una prima lettura e tornerò senz’altro, ma una prima lettura è capace di rivelare se c’è sintonia con l’autore, se il poeta ti è amico, e di cogliere comunque quei tratti che letture successive non possono che confermare. L’introduzione fornisce una chiave di lettura importante, il guardarsi, l’osservarsi al di fuori di se stessi e attraverso le cose. E’ una poesia senza tempo, densa e tenue, che fa il punto sommessamente e lucidamente, procede per sottrazioni, pondera le parole una ad una, ho sentito Montale, le pause e le chiuse della poesia orientale, tutto come in un continuo ripiegarsi in cui l’anima, con amara consapevolezza, si specchia e si spiega in un angolo di natura.
Un caro saluto e complimenti per l’iniziativa, Abele
*
9. Anila Resuli Says:
marzo 29th, 2009 at 16:43 e
Grazie Abele per il tuo passaggio… Giacomo sarà contento di essere associato a Montale in questa Tua lettura
Felice che questa nostra iniziativa ti piaccia.
un sorriso,
Anila
*
10. Giacomo Cerrai Says:
marzo 30th, 2009 at 07:28 e
saluto e ringrazio anche Abele della sua lettura…sì, ci sono suggestioni di cui nemmeno io ho piena coscienza, dopo tanti anni di letture. E sì, questo lavoro va letto dall’inizio alla fine (non può essere spigolato, in effetti sul testo originale c’era scritto “poemetto”, poi scomparso) perchè si tratta di una situazione ben precisa, niente afftto simbolica o simbolistica, semmai metaforica, insomma un racconto.
un caro saluto a tutti
G:)
*
11. alfredo Says:
marzo 30th, 2009 at 14:10 e
Leggo il poema di Giacomo come poema d’amore, e i licheni come metafora del perdurare della vita, là dove sembrava scomparsa. Il lichene rimpiazza un vuoto che si è aperto, un corpo che manca alle mani e alla parola. Parola sola, e ancora solitaria, che mi costringe a guardare indietro, e parlo: “Occhi | del verde dei licheni, | un grigio-verde antico”, memoria degli occhi e del cuore, ma “il tuo corpo svanisce”. I licheni ne prendono il posto, crescono ovunque “Infatti | noto ora i licheni | sulla tua bocca”
I corpi prismatici bianchi del salnitro dove scivolano le parole; un uomo che parla mentre lei “soffia via i cristalli di neve dalla coperta, nient’altro”. Forse è lei a sorridere, dimenticando subito le parole ascoltate “È così tipico di te | essere dove non sei”. C’è ancora una “ruvida disperata invocazione” prima della fine, ad essere lì presente dove guardo “Dove appoggi i gomiti non crescono | i licheni”, ma “gli occhi non mi dicono | niente” non c’è climax che può sostituire il lichene, nessun “fantomatico larice” a cui appoggiarsi. Solo “l’aria | raffredda sui selciati | scurendosi la sera”. Un’illusione di nuova vita l’apparizione dei licheni, che svanisce quando sento la solitudine della mia carne. L’amore si è spezzato, “Niente importuna i licheni | nella loro nicchia”. Sono io che ora devo scomparire, svanire all’orizzonte, “Credo che me ne andrò stanotte”. Questa poesia di Giacomo è arrivata mentre leggevo un romanzo di Max Frisch “Stiller”, dal quale provengono le due brevi citazioni nel testo, nel momento in cui Stiller scompare, svanisce nel nulla, e soprattutto dalla vita della moglie amata o non amata. Forse non è un caso.
alfredo
……………………
Ho visto i tuoi occhi,
dalla fotografia.
Simili a molti occhi
che, qui, osservano il tuo vivere.
Simili, ma diversi. Occhi
del verde dei licheni,
un grigio-verde antico,
come una vena nello strato
del cuore, della memoria.
E il tuo corpo svanisce.
……………………
Cerco la mia carne, nel buio,
una malinconia di mani.
……………………
Sei qui, in carne ed ossa,
ma taci. O forse è un sogno,
una proiezione sul muro. Infatti
noto ora i licheni,
sulla tua bocca,
come un cancro circospetto. Le parole
non attaccano, glissano
sul salnitro giù giù
in una pozza indistinta di brusii.
Sì, per questo sorrido e subito
dimentico.
E’ così tipico di te
essere dove non sei.
……………………
Dove appoggi i gomiti non crescono
i licheni, ruvida disperata
invocazione.
……………………
Non sei venuta, oggi,
non verrai, gli occhi non mi dicono
niente.
Non ci sono più parole nell’inchiostro.
Nel parlatorio vecchio
cessano i bisbigli e l’aria
raffredda sui selciati,
scurendosi la sera.
Niente importuna i licheni
nella loro nicchia.
*
12. Anila Resuli Says:
marzo 30th, 2009 at 16:38 e
Anche io immaginavo una visione tale di questa raccolta, ma mi sembrava troppo romantica per “crederci”… grazie però alfredo per la testimonianza…
una bella e curata interpretazione!
Anila
*
13. alfredo Says:
marzo 31st, 2009 at 14:00 e
La mia lettura non voleva essere un’interpretazione “romantica”, come dice Anila, ma cogliere le scene di questo racconto, di questa storia marcata da un’assenza. Comunque posso dire che se la leggi bene arriva a destinazione, colpisce per le immagini, il loro significato. Un dubbio mi resta su quel “sulla tua bocca, | come un cancro circospetto”. Ho anche volutamente ignorato le parti descrittive, il “décor”, che però è importante, perché ci sono anche “altri” nella poesia, ma non riesco a cogliere le loro figure. E ci sono le cose, le ombre, i paesaggi, i rumori, tutto un mondo che si muove, o può dare appiglio ai sentimenti con il suo essere fermo, quasi eterno se non fosse la roccia e il muro sgretolabile dai licheni, “quando ci fu necessità | di aggrapparsi a qualcosa. […] il muro è la sostanza, | verticale. […] C’è, su in alto, | un mattone sconnesso. | Forse opera silenziosa | dei licheni.”
Gli altri, forse, si divertono “e il lazzo | degli altri della Casa. Sui rami | non ci sono foglie: è inverno.” Non prestano attenzione al passare del tempo, al “cretto, | la crepa sottile negli strati antichi | della Casa.”
C’è il movimento dell’attesa “Aspettare, aspettare. | Gli occhi, forse, approveranno”, un movimento sorretto dalla vista, o meglio dalla visione, che dice non essere tutto perduto, anche se le lettere non arrivano, anche se c’è solo il “nero di un’inutile inchiostro”. L’assenza fa a pezzi le frasi e annulla | Le proporzioni che reggono il tempo. L’attesa | Al contrario è sempre reale, sulla scala della sera | Della notte che ritorna benedetta.
E il suono sulle inferriate
è buono e di notte
la freschezza dell’acqua,
rugiada dei silenzi,
nel bacile.
E l’attenzione minuziosa ai dettagli, quasi un catalogo “Nel tempo | lungo del giorno catalogavo” che è solo l’estremo tentativo di restare identici a sé, non smarrire la propria identità. È per ritornare a te | Che resto io, precisione e tenerezza | Il cielo mi tratterrà nelle sue nuvole passeggere.
e anche
qualche nuvola dagli orli
sfrangiati rossi.
Più giù nella griglia contorni
di finestre dismesse calcinacci,
un’incerta borragine.
Che dire, se non che questo poemetto, meriterebbe una pubblicazione.
*
14. Anila Resuli Says:
marzo 31st, 2009 at 17:41 e
Vedo che questo ebook alfredo l’hai divorato letteralmente, perchè piaciuto molto…e mi fa piacere.
Giacomo ne sarà felice.
Comunque ti sembrerà strano e non è nemmeno un peccato, ma come tu descrivi questa poesia, sembra immancabilmente romantica.
Non è nemmeno un difetto: quell’assenza-attesa ha un non so ché di romantico secondo me.
Il tutto permea la poesia in modo lieve e delicato, conteso tra il sentimento buono e quello sofferto.
Di sicuro è una poesia ben bilanciata e costruita.
Grazie ancora,
Anila
*
15. Giacomo Cerrai Says:
aprile 1st, 2009 at 11:05 e
ringrazio anche qui l’amico Alfredo, che ha colto molte suggestioni, la principale delle quali è la storia o la narrazione. In questa narrazione, che allude a una situazione anche psicologicamente “racchiusa”, le presenze sono leggibili come una sovrimpressione rispetto a una realtà fattuale. Anche la supposta presenza femminile è più un’ombra proiettata sui muri (e sui licheni) che altro, è simbolo non solo di un “altro” ma anche di un “fuori”, il desiderio proiettato è un più ampio desiderio di vita. Ma il tempo si allunga ed è lento, come lenta deve essere la lettura di questo testo, il tempo che solo i licheni, organismi simbionti, riescono a colonizzare come i muri
un caro saluto a tutti
*
16. liliana Says:
aprile 2nd, 2009 at 09:39 e
Nell’apparente “semplicità” di queste poesie credo si nascondano diverse istanze, quindi posso solo dire quel che io leggo, che non necessariamente è quanto è nelle intenzioni dell’autore. Dal quale attendo l’eventuale smentita.
Debbo dire, per prima cosa, che mi sono piaciute molto.
Colgo il muro come presenza immutabile, qualcosa che non si fa penetrare, ma sul quale si costruisce l’imprevedibilità dell’esistenza, l’unione cercata con l’altro/a, ma non nella fusione desiderata (di cui mi pare negata la possibilità) bensì frammentata, casuale, come scoria di noi, di quel poco colore che lasciamo nel grigio.
“l’ombra sfocata di passaggi”.
E di conseguenza un senso di provvisorietà e di smarrimento dell’io, aggrappato a quel muro che accoglie indifferente al disfacimento, solo testimone silenzioso.
Non ho letto i commenti sopra (neppure quelli dell’autore) per lasciare le mie impressioni svincolate da qualsiasi condizionamento.
Solo il mio sguardo e basta.
Un caro saluto
liliana
*
17. Giacomo Cerrai Says:
aprile 3rd, 2009 at 10:39 e
bene, devo dire che anche Liliana ha colto, poeticamente, molte suggestioni, la principale delle quali è quella dell’antinomia immutabilità/frammentazione. Non tanto l’imprevedibilità: al contrario, in questa situazione è tutto molto prevedibile, compresa la naturale disintegrazione delle cose.
Grazie.
un caro saluto a te.
*
18. alexandra Says:
aprile 5th, 2009 at 13:58 e
Sento degli uomori montaliani. I licheni come i limoni? E se la figura femminile evocata fosse una personficazione della Scrittura?
Noi non siamo noi, ma siamo scrittura. Sappiamo solo che ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Alessandra
*
19. redmaltese Says:
aprile 5th, 2009 at 19:10 e
uffa…è un gran peccato: avevo fatto un commento…e puff! sparito…(saranno stati i licheni?)
facevo i complimenti all’assaggio di questa bella raccolta di Giacomo, dove rispetto ad altre cose sue, i versi qui si accorciano e acquistano musicalit
“un inverno che tocca l’inverno” dice Maeba Sciutti, quadri che rappresentano un paesaggio disabitato o “quasi” dove l’autore dopo aver constatato un’assenza tangibile(puramente femminile?) e la “resistenza” dei licheni, rappresentanti indiscutibili, di uno stato di abbandono, la loro incolumità, decide di uscire quanto prima (”stanotte”?)dal bianco malinconico paesaggio…
complimenti a tutti, redazione compresa.
roberto
merita una citazione questa strofa:
“Il muro è qualcosa,
il muro è la sostanza,
verticale.
Oltre ad esso, nel taglio netto
dei campanili,
c’è una luce diversa, presenze.”
*
20. Rina Accardo Says:
aprile 6th, 2009 at 20:04 e
Via via che procedevo nella lettura mi sono ritrovata a rivivere una mia personalissima situazione passata ..i licheni stanziatisi lì alla fine hanno cambiato direzione, o perlomeno si sono evoluti in una dimensione di ariosità essenziale per poter sorridere.
La presenza esterna che si contrappone e che incide in maniera determinante ..di arresa, credo sia la presenza impotente che si trova accanto o di fronte a chi non riesce ..non vuole staccarsi da un muro inceppante e dai licheni si lascia annientare.
Il tutto è una visuale del protagonista, nella voce del poeta Cerrai .. e aggiungo i miei complimenti che non sono di prassi, una visuale estesa ad un lettore che ne recepisce il senso sfogliando queste parole anche se non le ha personalmente vissute. Io sì..
“Non sei venuta, oggi,
non verrai, gli occhi non mi dicono
niente.
Non ci sono più parole nell’inchiostro.
Nel parlatorio vecchio
cessano i bisbigli e l’aria
raffredda sui selciati,
scurendosi la sera.
Niente importuna i licheni
nella loro nicchia.
I topi non li rodono che io sappia
altri appetiti limitandosi
al poco.
La corda che intrecciai
ancora tiene.
Credo che me ne andrò stanotte.”
Questi i versi che hanno dato luce alla mia lettura nel suo complesso e ne hanno fissato l’essenza, versi peraltro che hanno vita propria e che mi hanno toccato profondamente.
“Non ci sono più parole nell’inchiostro” ..solo un grande grazie
Rina
*
21. giacomo cerrai Says:
aprile 6th, 2009 at 20:45 e
Rina Roberto, amici miei, che dire, se non grazie?
*
22. rita r. florit Says:
aprile 8th, 2009 at 09:55 e
Caro Giacomo, in questo tuo poemetto la parola riflette l’osservazione minuziosa dell’emozione, consegnando allo sguardo la presenza-assenza evocata. Se il muro è il confine del mondo e del relazionarsi all’Altro, [il muro è la sostanza,/verticale./Oltre ad esso, nel taglio netto/dei campanili,/c’è una luce diversa, presenze.] i licheni ne insegnano la percorribilità, e la qualità persistente.
[Niente importuna i licheni nella loro nicchia]. Segnale temporale. Inesorabile simbionte. Se il confine via via si popola e si vivifica sono i licheni la vera presenza-essenza che (s)muove. Se il muro è proiezione immaginifica il lichene ne è la sua trasfigurazione. [O forse è un sogno/una proiezione sul muro./ Infatti noto ora i licheni,/sulla tua bocca,/come un cancro circospetto.]. Costante presenza sostitutiva che inquieta, anche se attira. [non c’è ruggine che s’allarghi/come i licheni bruni e nell’opaca/lucentezza, finito il cibo, non c’è/rischio che ci si specchi/questa faccia scambiata.]. Sostanza oscura da nominare-dominare.
I tratti neri della scrittura non se-ducono. Ci si vuole con-durre, si andrà oltre il confine.
e nel mondo devono andare questi tuoi versi, presto.
Questo l’augurio!
rita
che saluta amici e redazione
*
23. giacomo cerrai Says:
aprile 8th, 2009 at 21:14 e
ringrazio Rita per uno dei commenti che ho apprezzato di più, su una serie di if/endif che sottolineano alcune delle sovrapposizioni fondamentali di questo testo, come ad esempio la concretezza simbolica dei licheni proiettata sulle visioni, i ricordi, il fuori, come ombre cinesi su uno schermo su cui si proietta (intendendo qui proiezione proprio (anche) in senso psicanalitico. Ma non vorrei qui essere esegeta di me stesso, ci mancherebbe. Quello che percepisce chi legge è quello che conta.
grazie ancora.
*
24. Anila Resuli Says:
aprile 9th, 2009 at 10:13 e
Grazie a Liliana, Alessandra, Roberto, Rina, Rita per tutti i loro preziosi commenti… e grazie Giacomo per aver accompagnato sempre i tuoi lettori qui…
Un abbraccio a tutti,
Anila
*
25. natàlia castaldi Says:
aprile 9th, 2009 at 15:51 e
Grazie Giacomo per avermi segnalato questa tua creatura.
la mia preferita:
Ho visto i tuoi occhi,
dalla fotografia.
Simili a molti occhi
che, qui, osservano il tuo vivere.
Simili, ma diversi. Occhi
del verde dei licheni,
un grigio-verde antico,
come una vena nello strato
del cuore, della memoria.
E il tuo corpo svanisce.
Oggi è giorno di carne,
è quasi festa.
Cerco la mia carne, nel buio,
una malinconia di mani.
ma bellissime tutte Giacomo, un abbraccio.
natàlia
*
26. viola Says:
aprile 11th, 2009 at 06:39 e
Caro Giacomo, trovo convicente l’ampio stralcio del poemetto, dotato già di una sua unitarietà; l’augurio è di proseguirlo conservando l’equilibrio che sinora lo caratterizza. Più che a Montale (peraltro inevitabile, visto il “muro” della stanza iniziale), la vena narrativa, la tendenza allegorica e la chiarezza prosodica mi rinviano a Caproni ( ma forse a un pisano non dovrei dirlo..!!).
La suspence creata dall’ambientazione (la “Casa” avvolta ma allo stesso tempo corrosa dai licheni, simbolo di un natura inquietante), dal visitatore narrante e dall’enigmatica figura femminile in sottofondo attrae indubbiamente il lettore. Chi o cosa sia questa “madonna” non è probabilmente importante anche se i dati testuali delle “lettere”, dei “tratti neri” e dell’ “attesa” fanno propendere per la grazia insita nella vita e nella poesia, che forse chi scrive sempre ricerca.
La concretezza delle piccole cose (e penso alla tegola sconnessa, ai cucchiaini di alluminio, al bacile ma anche alle gazze) da un lato e i bagliori simbolici dall’altro (i licheni, ovviamente, la casa, e la sospensione spazio-temporale di tutta la narrazione) mi sembrano rielaborare e fondere tematiche crepuscolari e decadentiste al tempo stesso: lo trovo un fenomeno interessante perché comune – come del resto la scelta della forma poemetto – anche ad altri autori più giovani . Ti aggiungo che storicamente questa faccenda mi inquieta: vuoi vedere che il povero Vico non aveva tutti i torti?
Formalmente il ricorso a lessico asciutto ma mai scarno, la chiarezza sintattica del dettato che preserva comunque la necessaria ambiguità allusiva delle metafore, sono elementi che assecondano bene l’impianto narrativo. A colpire è però soprattutto, la prosodia, una misura del ritmo ineccepibile dove a ogni verso non c ‘è una sillaba o una pausa da aggiungere o da sottrarre. Mi sembra da questo punto di vista che la tua cifra stilistica abbia raggiunto una piena maturità.
Un abbraccio forte e complimenti ad Anila per questa bella iniziativa editoriale Viola
*
27. Anila Resuli Says:
aprile 11th, 2009 at 10:18 e
Grazie davvero a Natalia e a Viola per essere passate di qui.
Spero davvero che possiate leggere nel tempo le raccolta di altri nostri autori.
Sono felice questa iniziativa trovi tanti buoni riscontri…
Buona Pasqua a Tutti,
Anila
*
28. giacomo cerrai Says:
aprile 13th, 2009 at 17:27 e
Ringrazio anche Viola per il suo commento, che come sempre e come mi aspettavo è esauriente e sincero. E Viola, aggiungo, è una persona che stimo molto. Alla concretezza del suo intervento vorrei aggiungere solo un paio di cose, che ritengo importanti:
Sul poemetto: è vero che è una forma che in qualche modo si sta recuperando ( e non farei qui questioni generazionali), anche Viola, ad esempio con la sua “Pizia”, usa un legante forte per una raccolta tematicamente omogenea che può considerarsi un poema. Ammesso che questo recupero sia vero, personalmente lo ritengo un fatto positivo, poichè da sempre sono stato convinto che esista nella poesia italiana un carattere rapsodico che andrebbe rovesciato in varie maniere, e il poemetto è una di queste. In un certo senso, la forma poemetto, se accompagnata a un lavoro sui temi e sui modi per dirli, cioè la lingua, potrebbe essere un valido ausilio per combattere quelle forme recidivanti di crepuscolarismo-decadentismo che inquietano Viola (e un pò anche me). Verrebbe da chiedersi: c’è qualcuno in Italia veramente esente da questi virus? Ma vorrei dire di più: c’è qualche lettore di poesia che ne sia esente, che cioè non cerchi in un testo prima di tutto e abbastanza incosciamente i tratti e i temi tipici del crepuscolar-decadentismo? Nella fattispecie di questa particolare occasione, mi è capitato di rilevare un notevole scarto tra quello che volevo dire e quello che le persone hanno percepito. Questo naturalmente anche tenendo in considerazione la specificità del mezzo poetico, la polisemia, il suo carattere connotativo ecc. Pur costruendo un lavoro su un sistema metaforico e simbolico abbastanza preciso che tendeva a temi niente affatto crepuscolari, qualche volta è passato un messaggio di assenza/dolore affettivo, di strazio sentimentale che invece non è qui fondamentale. Questa rilevazione mi ha creato sì il dubbio che non mi fossi espresso bene ma anche quello di cui parlavo sopra. In questo senso è stata un’esperienza istruttiva. Direi insomma che i ricorsi storici a volte non sono nelle intenzioni, ma forse nel nostro bagaglio culturale e nel tentativo di riutilizzarlo dinamicamente per andare in qualche modo oltre.
un grazie a Viola e nauralmente ad Anila
*
29. viola Says:
aprile 15th, 2009 at 10:40 e
Caro Giacomo, lieta e molto della stima che come sai è ricambiata. Penso anch’io che ogni lettore usi, spesso inconsapevolmente, degli “occhiali”; del resto tutti, inclusi gli autori, siamo un po’ prigionieri della lingua introiettata e sedimentata sin dall’infanzia. Più in generale non trovo negativa la rielaborazione di temi crepuscolari-decadentistici, che attualmentea sono declinati con valenza etica e/o filosofica. Mi sembra un tentativo di re-immettere in circolo nella poesia passioni, figurazioni, *retoriche* (in senso tecnico) utili a uscire dal lirismo algido-cinerario che ha caratterizzato la fine del millennio. Lo stesso ricorso alla forma poemetto testimonia una torsione “diegetica” che recupera alla poesia spazi e potenzialità forse un po’ persi negli ultimi due secoli. Ciò detto, sono curiosa a questo punto di leggere il tuo poemetto quando sarò concluso: personalmente mi è sembrato una sorta di allegoria ontologica, ma potrei, ovviamente, sbagliare..un abbraccio Viola
*
30. Giacomo Cerrai Says:
aprile 15th, 2009 at 10:58 e
ancora grazie Viola…una cosa ho dimenticato di dirti: questo poemetto (o quel che è) è concluso. E’ semmai (se mai sarà) una sezione di qualcosa di più articolato. Ma è un lavoro difficile, qualcosa che sta tra l’esodo e la diaspora (infatti un’altra possibile sezione, già ultimata, verrà - forse - stampata altrove). Insomma, c’è ancora un pò di foschia all’orizzonte…
ricambio l’abbraccio
Giacomo
*
31. Anila Resuli Says:
aprile 15th, 2009 at 11:26 e
Bello questo vostro scambio e vi ringrazio davvero di averlo fatto qui, Viola e Giacomo.
Tra le mille cose fatte questi giorni, ho letto ora con calma…
Condivido il pensiero di Viola sulla nota non certo negativa della rielaborazione di temi crepuscolari-decadentistici. La poesia di oggi, secondo me, sta svelando anche spunti nuovi che probabilmente in futuro delineeranno un nuovo stile e/o corrente letteraria. Io sono sempre positiva verso il futuro e credo non bisogna mai stare del tutto attaccati al passato.
Grazie ad entrambi, di cuore.
Anila
*
32. alfredo Says:
aprile 15th, 2009 at 18:51 e
Visage comme il sort des broussailles
Dédoré végétal
Paré de lichens laid de terre
Terrestre un paysage avec jachère
Du chaume ça pousse
Ainsi la peau c’est le sol
(Michel Déguy)
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Viso come esce dai cespugli
Vegetale sdorato
Ornato con licheni sporco di terra
Terrestre un paesaggio a maggese
Cresce dalle stoppie
Così la pelle è il suolo
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33. Giacomo Cerrai Says:
aprile 17th, 2009 at 08:39 e
ornato con licheni…bello. Alfredo, lo prendo come un’approvazione. La traduzione è tua?
un saluto
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34. alfredo Says:
aprile 17th, 2009 at 14:31 e
traduzione mia, così si dice…
ciao
a.
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35. Lucianna Argentino Says:
aprile 18th, 2009 at 13:04 e
Caro Giacomo ho trovato davvero azzecatissima la metafora dei licheni per dire del maschile e del femminile non solo come espressione dei due sessi ma anche come elementi che convivono dentro di noi. Nel tuo poemetto mi sembra di intuire che il maschile viva in una situazione circoscritta e costrittiva, non so se per un espediente narrativo o come espressione di una condizione psicologica (non dico tua ma dell’uomo - maschio- in generale) e allora è davvero un felice simbolo quello dei licheni che sono il frutto di una simbiosi e la simbiosi è il vivere insieme di organismi con diverso nome ( o anche di diversa specie) per un beneficio reciproco e quindi simbolo del rapporto con l’altro fuori di sè e con l’altro in sè. Questo intanto a una prima lettura. Comnque complimenti. Un caro saluto, Lucianna Argentino
P.S. Non si potrebbe fare in modo che se uno dimentica di mettere il nome ecc. e/o sbaglia le lettere da inserire il commento non vada perso? Meno male che la seconda volta l’avevo salvato perchè il primo purtroppo è andato perso.
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36 Giacomo Cerrai Says:
aprile 20th, 2009 at 09:53 e
apprezzo molto anche il commento di Lucianna, che conosco e stimo da tempo. E’ interessante notare come le donne cerchino prioritariamente in una poesia un significato psicologico-affettivo o qualcosa che rimandi alle dinamiche uomo/donna. Certi significati sono a volte inconsci all’autore, compresa forse la valenza di questa vaga presenza femminile. Rimando comunque in gran parte a quanto ho già scritto più sopra.
un caro saluto a Lucianna
aggiungo qui un commento, apparso in altra sede, di Giovanni Catalano, che ringrazio. Ringrazio anche Rita R. Florit che ha riproposto questo piccolo lavoro:
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Giovanni Catalano detto
23 Luglio 2009 a 2:05 pm
Che bei versi, Giacomo.
Spero di non allontanarmi troppo dalle tue intenzioni, ma mi viene in mente che potrebbe essere il diario di un condannato a morte, nella sua fredda cella, il sogno di un suicida, la metafora (platonica?) dello schiavo e della caverna.
Muro e licheni: quante suggestioni.
Crescono i licheni, si allargano, coprono il muro fino a farci dimenticare che dietro i licheni c’è ancora un muro, così che non sappiamo più che cosa c’è dietro il muro nè tanto meno che cos’è un muro.
Eppure qualcosa, dall’altra parte del muro, ci chiama. Presenze inquietanti si scambiano il volto nel gioco delle luci e delle ombre, le bocche sono inferriate arruginite e i capelli le corde a cui aggrapparsi.
Il muro ci rivela che c’è dell’altro che gioca a non farsi trovare, a non farsi riconoscere (”E’ così tipico di te/essere dove non sei”)e tutto lascia credere che – in un modo o nell’altro – ce ne andremo stanotte. Solo i licheni resistono, forse come l’agave montaliana che “ancora tiene”. A questo servono i muri, servono a noi chiusi nelle nostre celle/caverne, alle nostre illusioni che delle certezze si nutrono.
E il muro è una certezza (”Il muro è qualcosa,/il muro è la sostanza) che inevitalbimente divide ma nel farlo conferisce l’esistenza anche all’altro da cui ci separa, è il “taglio netto” da cui – nel bene e nel male – nascono le cose.
A presto,
Giovanni
Grazie a te, Giacomo.
Leggo che anche qualcun altro, tra i commenti, ha intravisto nei licheni qualcosa di montaliano
un caro saluto a tutti,
Giovanni
Grazie a Giacomo per aver pubblicato questa lettura di Giovanni Catalano.
Ed ovviamente ringrazio Giovanni per la testimonianza della sua lettura.
Un caro saluto a voi,
Anila
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