Kateřina Rudčenková – Cenere e voluttà

Delicata ed intensa la poesia di Kateřina Rudčenkova, presentata qui dal poeta e scrittore Filadelfo Giuliano. Non vi è che il dettaglio dentro questa poesia. L’io poetico svela se stesso dentro pochi tratti naturali, vivi, in una consapevolezza disarmante. Una scrittura piana ma spigolosa, dai versi di chiusura molto precisi, pieni di significato, dove la metafora prende il senso dell’intera poesia, diventa quasi cruciale. Il linguaggio semplice, il dire calmo della parola, rende i versi d’un messaggio più vivo diretto al cuore. La poesia viene costruita con un messaggio ben preciso, fatto di solitudine, di dolore, di perdita, di rassegnazione. Continuano nella poesia certe immagini, come il mare, la città, l’attesa. “Dalla città venivano tremiti e lamenti / Più entravo dentro di lei più mi si apriva”; “Farò in modo di perdere l’autobus, / e sola andrò nei campi, / nei campi bruciati.”; “La quiete che ci avvolge / è nel morire.”: pochi tratti che all’apparenza sembrano leggeri, eppure contornano la poesia di Kateřina Rudčenkova della consapevolezza che il male o il bene sta dentro le cose, è tutto imprigionato nelle cose che viviamo, che osserviamo, che ci appartengono, per un motivo o per l’altro. Come se l’io poetico si rassegnasse a questo appartenere a tutto, nella felicità e nel dolore, si rassegnasse alla vita, come qualcosa che va vissuta, semplicemente.

 
 
 
Poetessa, scrittrice  e drammaturga, Kateřina Rudčenková è nata a Praga nel 1976 dove ha frequentato il Conservatorio musicale e la Facoltà di economia gestionale. Lavora come correttrice di bozze presso il quotidiano MF Dnes. Debutta nel 1999 con la raccolta di poesie Ludwig a cui nel 2001 segue la raccolta Není nutné, abyste mě navštěvoval (Non è necesserio che mi faccia visita). Nel 2004 escono la raccolta di racconti Noci, noci (Notti, notti) e la terza raccolta di poesie Popel a slast (Cenere e voluttà). Sempre nel 2004 scrive il suo primo dramma teatrale Frau in blau (Donna in blu) e nel 2007 Niekur. Nel 2003 ha ricevuto in Germania il premio Hubert Burda come migliore poetessa dell’Europa orientale. Le poesie di Kateřina Rudčenková sono state tradotte in varie lingue. In Italia è ancora inedita.
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Enrico De Lea – Scavi

Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci.” così raffigura la raccolta di Enrico De Lea, una vita permeata dal ricordo, dalle visioni di un passato che si fa scavo dentro, uno scavo profondo che porta alle radici, ai padri, alle madri, ai luoghi. Questi luoghi, continuamente riprodotti, nella mente, nel cuore, fanno sì che tutto si fermi e la terra diventi colei che viene accolta, negli occhi, come qualcosa di prezioso. Così l’autore riproduce tra i versi i luoghi, dando loro tutti un nome che fa radici nel passato, nell’anima del poeta: ogni luogo dona qualcosa e chiamarlo per nome lo identifica come vivo, come presente. Nulla è visione in questa poesia, tutto è reso palpabile, vivo, reale. “Talora l’aria richiama quel latrare: / oltre il verde morente, apriva al mare.”: la terra richiama cose, attimi, un passato che continua a farsi vivo nel ricordo. Non fa male questo passato: il poeta è consapevole della mancanza, la mente è educata alla perdita, una perdita che nel pensiero diviene malinconia, ma anche forza, unione con la terra, ricordo buono, coscienza acquisita. “E’ la freddezza delle antiche amanti / un corpo d’arenaria allo scirocco. / Mi limito a scostare i grani tra la barba”: e la terra porta i volti, coloro che hanno vissuto dentro il cuore del poeta, i volti amanti ed amati, il cui ricordo è pregno di distacco, consapevolezza di qualcosa di vissuto, rendendo l’io meno fragile, più forte; “vinsi battaglie e guerre e mi riposo” anche se tutto pare lontanissimo “ora un lago di ferro rugginoso e chiuso” e tutto diverso. Un susseguirsi di luoghi e simboli contornano tutta la raccolta, con un vocabolario fitto e conscio, un dire forbito quanto semplice. Una penna, quella di De Lea, consapevole della sua forza, dal ritmo pacato, spesso freddo e distaccato; altre volte invece, molto vicino al cuore, all’anima.

Enrico De Lea (1958), trascorsa infanzia e giovinezza tra Messina e la Valle d’Agrò (Casalvecchio Siculo, in particolare), vive dal 1988 nell’altomilanese, occupandosi di questioni legali-tributarie in qualità di avvocato, oltre che di scrittura.
Ha pubblicato nel 1988 la plaquette “Esercizi vitali”, nel 1992 la raccolta “Pause” (Edizioni del Leone) e nel 2009, per L’Arcolaio editore, la raccolta "Ruderi del Tauro" (Finalista al Premio Lorenzo Montano 2010).  Suoi testi sono apparsi sulle riviste Wimbledon, Specchio (de La Stampa), Tuttolibri, Sud, Atelier (su cui è apparso l’estratto "Acque reali", poi in "Ruderi del Tauro"); in rete, suoi testi sono usciti sui siti o blog Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, Rebstein,  Arpaeolica, L’attenzione, Imperfetta Ellisse. Fernirosso. Cura il blog personale "da presso e nei dintorni" (delea.wordpress.com).

 
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Sebastiano A. Patanè – Poesie dell’assenza

 

Come il titolo già preannuncia, questa breve silloge di Sebastiano A. Patanè è contornata dall’assenza, da quei piccoli dettagli che determinano la solitudine del poeta. Questa solitudine però non è altro che un ponte che lega il poeta ai suoi ricordi. La solitudine fa da palco quindi ad una serie di immagini che nel ricordo prendono piega e sussurrano continuamente al poeta la loro voce. Con questi ricordi, il poeta sembra poi vivere e prendere voce lui stesso. Tra i versi, tutti i dettagli marcano una situazione di malinconia forte, quanto di stupore verso certi ricordi-tratti di vita tanto belli da non saperli neanche descrivere. Il poeta stesso non riesce a fare a meno di questi tratti “vieni passato, vieni a riempire questi occhi che non tornano alla conta”, parti di un “passato divenuto così mobile”. Il presente sembra sempre mancare di qualcosa, è come fosse incompleto, diventando così determinante per uno stato d’animo poco sereno e sempre meno stabile: “tutto questo passare di acque giorni buiolucebuio”, perché nella mancanza il poeta sembra quasi perdere se stesso. La raccolta è attraversata da una serie di tempi verbali passato-presente-futuro che in ogni poesia sembrano legare i ricordi con il futuro, nella naturalezza delle immagini. Evocativi anche i verbi all’imperativo, per attirare i volti del passato e del presente, affinché scaccino la sua malinconia. Una serie di simboli ed immagini contornano il tutto, simbologia ricadente spesso su continue immagini legate alla natura, alla terra ed all’acqua. Particolare la chiusura “Dirò che sono stato altrove ingannando ulteriormente i luoghi dove andrò domani” che lascia un po’ di amaro con quel volto dell’inganno.

 

 

Sebastiano A. Patanè nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”. Presente in diverse riviste ed antologie del periodo, abbandonò la scrittura e cominciò a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più.

 

 

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